Archivio Febbraio 2011
Francesco Tureddi: “Ho visto i resti bruciati”
Francesco Tureddi, uno dei due indagati nella vicenda delle donne scomparse a Torre del Lago, ha dichiarato durante un collegamento in diretta che alla fine di agosto 2010, nel campo di Via dei Lecci dove vivevano segregate le due donne, avrebbe visto Massimo Remorini che si aggirarava accanto a un fusto dell’olio dicendo che all’interno si trovavano i resti, ormai in cenere, di Velia Carmazzi. Lo stesso indagato ha raccontato di aver riconosciuto a metà settembre i resti di Maddalena Semeraro che bruciavano nello stesso fusto di olio. Contenitore che, a suo dire, sarebbe stato poi buttato in un cassonetto dell’immondizia, dopo essere stata portato via dal campo con un furgone rosso. Sia il cassonetto che il furgone sono stati sequestrati dai carabinieri di Viareggio per essere analizzati dal Racis. Non si trova invece il fusto indicato da Tureddi: i militari lo hanno cercato, senza esito, nell’area dove vengono scaricati i rifiuti metallici.
Tureddi ha detto che avrebbe trovato solo ora la forza di parlare per liberarsi da un peso che lo opprimeva da tempo. Ha inoltre raccontato che Maria Casentini faceva a Velia Carmazzi e a Maddalena Semeraro continue iniezioni di Novalgina. Iniezioni che potrebbero aver portato le due donne alla morte.
Nell’interrogatorio di garanzia dei due arrestati, Remorini e la badante Maria Casentini si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Remorini rimane in carcere e tramite il suo avvocato continua a professarsi innocente, mentre la Casentini èagli arresti domiciliari.
Gemelle scomparse: l’appello della madre al pubblico di “Chi l’ha visto?”
“Sono state viste sul traghetto per la Corsica. La mia speranza è che siano ancora vive. Aiutateci a ritrovarle” ha detto Irina Lucidi nell’appello lanciato in diretta dalla sua casa di Losanna durante la trasmissione, presente in collegamento anche il procuratore capo di Foggia Vincenzo Russo, che riferito sulle indagini.
Le piastrine degli alpini in Russia
I militari italiani coinvolti nella campagna in Russia dal 1941 al 1943 erano in gran parte appartenenti al Corpo degli Alpini e si trovarono a lottare con il gelo (con punte di – 50°), con la fame e, soprattutto, con una agguerrita Armata Rossa. Il dramma individuale e collettivo che ne scaturì racconta di 26.115 morti, 43.166 feriti e 63.684 dispersi, a fronte di 220.000 soldati impiegati complessivamente durante la spedizione. A guerra conclusa, dopo il ritorno a casa di 10.000 prigionieri, iniziò, a partire dal 1989, il pellegrinaggio dei resti dei caduti verso la madrepatria. Nel luglio del 2009, i coniugi Respighi di Abbiategrasso (Milano), camperisti e amanti della storia, in uno dei loro viaggi in Russia hanno fatto una scoperta. “Assieme ad altri alpini nell’agosto del 2009 sono stato in Russia con l’intento di omaggiare i tanti soldati italiani che nella ex Unione Sovietica hanno lasciato i loro verdi anni. Durante la visita nella città di Miciurinsk, un abitante mi ha affidato molte piastrine di riconoscimento appartenute ad alcuni nostri soldati impegnati nella Campagna di Russia (1941-1943), allo scopo di riportarle in Italia”, ha raccontato Antonio Respighi. Una volta in Italia, i Respighi hanno iniziato la loro missione: il ritorno ‘simbolico’ di ciascun soldato caduto in Russia grazie al piastrino di riconoscimento. Il 23 gennaio 2011 a Pietransieri, frazione di Roccaraso (L’Aquila), Antonio Respighi ha consegnato il piastrino di riconoscimento dell’alpino Attilio Cicone, alla sorella che lo ha ricevuto con grande commozione. Presso la chiesa di San Bartolomeo Apostolo di Pietransieri, alla presenza del Vescovo, monsignor Angelo Spina, della Fanfara e del Picchetto d’Onore degli Alpini e di altre autorità, Attilio Cicone è simbolicamente tornato ai suoi cari. Coloro che fossero entrati in possesso di medagliette simili possono mettersi in contatto con l’Ana, l’associazione nazionale alpini (www.ana.it )affinchè altre famiglie possano simbolicamente riunirsi ai propri cari.
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