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“Omicidi stradali”:

Una piccola distrazione che può distruggere la vita di molte persone

Nel video mostrato dalla Polizia Stradale un incredibile incidente, causato da un camion sulla A1 all’altezza di Firenze nell’estate del 2004. Intento a controllare una bolla d’accompagnamento, il conducente non si accorge di un evidente incolonnamento davanti a sé, travolgendo numerosi veicoli fermi. Per fortuna nessuno è morto, ma pochi secondi di distrazione hanno cambiato la vita a tanti che sono rimasti feriti.

La sera del 26 luglio 2013 anche la felicità di Marina e Roberto è stata spezzata da un incidente simile, sulla stessa autostrada, all’altezza di Barberino del Mugello. Solo Marina è sopravvissuta. Nel suo drammatico racconto a “Chi l’ha visto?” il punto di vista delle vittime di omicidio stradale.

L’indisciplina alla guida uccide, anche gli altri

Per i casi di “omicidio stradale”, è la volta di un padre di Verona che ha contattato “Chi l’ha visto?” per raccontare la storia del figlio Antonello Zara, ucciso su una strada della Costa Smeralda nell’estate del 2008.

“Young Europe” Il primo film sulla sicurezza stradale

“Può sembrare una questione originale che la polizia di Stato abbia prodotto un film , in realtà è una questione molto più articolata e cercherò di spiegarla. Abbiamo portato in questi giorni al cinema 50 mila ragazzi, in 80 città d’Italia, e gli abbiamo fatto vedere un film. Un film che parla di storie dei giovani, del disagio dei giovani. Cattura la loro attenzione e poi alla fine li porta a ragionare sul tema della sicurezza stradale”. Vittorio Rizzi, direttore del servizio Polizia Stradale ha spiegato così, in diretta dal cinema Barberini di Roma, la decisione della Polizia di Stato di produrre il primo film sulla sicurezza stradale. “Vorrei ricordare che tutti i giorni in Italia muoiono almeno due giovani persone che hanno meno di 30 anni, la prima causa di mortalità per i giovani. Il film serve a scatenare le emozioni nei giovani, è un attivatore emozionale per far meditare il giovane sul tema, parlando alla sua testa e il suo cuore. Questo lo abbiamo realizzato attraverso un progetto molto ambizioso, che è un progetto europeo, che si chiama Icarus. Si divide in due momenti. Uno didattico educativo che ha curato la facoltà di psicologia dell’università “La Sapienza” di Roma, che ha elaborato una serie di testi e di percorsi di conoscenza attraverso test questionari somministrati a giovani di tutta Europa. Un altro attraverso il film ‘Young Europe’, ha concluso Rizzi mentre era in corso a Roma l’ultima delle 80 proiezioni promosse in tutta Italia.

“Young Europe”, girato in Italia, Francia, Irlanda e Slovenia, per la prima volta porta sullo schermo il tema della sicurezza stradale con le storie di cinque ragazzi europei, cinque vite che accomunate dall’esperienza dell’incidente stradale. “Young Europe” è stato realizzato nell’ambito del progetto “Icaro”, una campagna di sicurezza stradale alla tredicesima edizione, promossa dalla Polizia Stradale con i Ministeri delle Infrastrutture e dei Trasporti, dell’Istruzione e alla Fondazione ANIA per la sicurezza stradale, con il coordinamento scientifico del Dipartimento di Psicologia della Sapienza, Università di Roma e la collaborazione del MOIGE. Il film è stato cofinanziato dalla Commissione Europea perché la campagna è diventata anche un progetto europeo promosso dalla Polizia Stradale italiana, con una ricerca scientifica che ha coinvolto 14 Paesi dell’Unione ed un manuale tradotto in tutte le lingue europee.
Gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per i giovani in Italia ed in Europa e l’obiettivo è quello di parlare di legalità ai ragazzi attraverso un linguaggio che parta dalle emozioni affinché cresca in loro una maggiore consapevolezza dei rischi.

Intanto continuano ad arrivare a “Chi l’ha visto?” le storie di giovani vite stroncate da automobilisti irresponsabili. Come quella Stefania Cilloni, uccisa a 20 anni sulla Strada Provinciale 47 di Reggio Emilia mentre andava al lavoro.

La corsia di emergenza non è un’area di sosta

Il nuovo video proposto al pubblico dalla Polizia Stradale mostra un auto ferma sulla corsia di emergenza di un’autostrada che viene violentemente tamponata da un tir la cui visuale era ostruita da un altro mezzo pesante. “Quest’uomo si è salvato, nel senso che ha riportato delle lesioni, e ci ha detto che si era fermato in corsia di emergenza per fare una telefonata di lavoro. Spesso troviamo persone che sono convinte della correttezza del loro comportamento, perché magari non hanno l’auricolare in macchina e credendo di essere in sicurezza si fermano nella corsa d’emergenza. In corsia d’emergenza ci si ferma in casi eccezzionali: in caso di guasto meccanico del mezzo o in caso di malore, ma anche in questi casi nel tempo strettamente necessario. Avendo cura di scendere, si deve mettere il triangolo, devono essere accese le luci di posizione, ci si deve mettere il giubbetto di alta visibilità, considerando che abbiamo pochissimo spazio. Mai dare le spalle al traffico. Andare fuori dalla sede stradale è altamente pericoloso”, – ha commentato il vice questore aggiunto Elisabetta Mancini.

“Chi l’ha visto?” dà voce questa volta ai familiari e agli amici di Silvia, una brillante, straordinaria giovane donna la cui vita è stata stroncata una sera di S. Valentino, in quello che è inaccettabile definire “un incidente”.

Le stragi del sabato sera

Nella trasmissione del 6 marzo il vice questore aggiunto della polizia stradale Elisabetta Mancini ha mostrato un nuovo video shock, quello di un incidente in cui hanno perso la vita quattro giovani sull’autostrada A4: “Questo è un colpo di sonno. Non c’è una curva, L’auto va dritta sulla cuspide, non ci sono tracce di frenata. I ragazzi passeggeri dormivano e evidentemente si è addormentato anche il guidatore. Sono le prime luci dell’alba, l’autostrada è libera e sicura, purtroppo il colpo di sonno non avverte”. Nel 2011 sono morti sulle strade italiane 972 giovani sotto i 29 anni. Il sabato è il giorno della settimana in cui ci sono più morti, la domenica quello in cui si verificano gli incidenti più gravi e c’è il più alto tasso di incindentalità. “Noi – ha concluso Elisabetta Mancini – attraverso questi filmati vogliamo spiegare ai ragazzi che è meglio prendersi una sgridata dalla famiglia per un ritardo ma tornare a casa. È da tempo pratica diffusa negli altri paesi scegliere un guidatore designato che non beva per accompagnare i suoi amici a casa in sicurezza.

Continuano le testimonianze degli spettatori la cui vita è stata segnata da quelli che per “Chi l’ha visto?” sono veri e propri omicidi stradali. Valentina racconta la storia di sua sorella Genny, che un giorno non è più tornata a casa.

C’era una volta una famiglia

A “Chi l’ha visto?” un nuovo documento della Polizia Stradale che denuncia un aspetto importante del problema della sicurezza sulle strade: la cattiva educazione e irresponsabilità degli automobilisti. Dopo la trasmissione del 20 febbraio in tanti hanno scritto a “Chi l’ha visto?” e raccontato le loro storie. Come Valentina: “Mio cugino era in auto con la moglie, aspettavano una bambina. Ma hanno incontrato un automobilista ubriaco”.

Una condanna esemplare

Tra le migliaia di incidenti stradali che ogni anno si verificano sulle strade italiane ce ne sono molti che non possono essere considerati una fatalità. Se qualcuno si mette alla guida di un’auto potente, dopo che ha fatto uso di droga e va anche contromano, non si accorge di un passante o di un motorino o di una mamma con un passeggino, può difendersi dicendo che è stato un incidente, che non l’ha fatto apposta?

Un caso emblematico è quello portato a “Chi l’ha visto?” dal dr. Vittorio Rizzi, direttore della Polizia Stradale, con e il vicequestore aggiunto Elisabetta Mancini. Un drammatico documento con ricostruzioni in 3D e registrazioni audio e video originali. Sulla A 26 (Genova Voltri – Gravellona Toce) il 13 agosto del 2011 un uomo che correva contromano alla guida di un grosso suv si scontrò frontalmente con l’auto di cinque giovani turisti francesi, uccidendone quattro. Sembra che avesse deciso di fare inversione di marcia in autostrada perché aveva dimenticato il cellulare al ristorante. L’uomo è stato condannato a 21 anni e 4 mesi.

 

Torino, 21/1/2016 – E’ stato condannato ieri a 18 anni e 4 mesi di carcere, per omicidio volontario, l’albanese Ilir Beti che, correndo contromano e ubriaco, nel 2011 provocò un incidente in cui morirono quattro giovani francesi e un quinto rimase ferito sull’autostrada A26 all’altezza di Rocca Grimalda (Alessandria). La sentenza è stata emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino. La precedente condanna della stessa Corte a 21 anni e 4 mesi, sempre per omicidio volontario, era stata annullata dalla Cassazione. Anche nel nuovo procedimento la procura generale ha contestato l’omicidio colposo, chiedendo 14 anni e 8 mesi.

Torino, 20/6/2013 – E’ stata confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino la condanna a 21 anni e 4 mesi per omicidio volontario a Ilir Beti, albanese, che guidando ubriaco contromano sulla A26 nel 2011 provocò, all’altezza di Rocca Grimalda (Alessandria), un incidente in cui 4 giovani francesi morirono e una quinta rimase ferita. I giudici si sono pronunciati contro la procura generale, che riteneva si trattasse di omicidio colposo e aveva proposto una riduzione della pena a 13 anni e 4 mesi. “Brava Italia” la pena è ”quella giusta per un assassino pienamente consapevole di quello che stava facendo” è stato il commento di Cristina Lorin, la madre di una delle quattro giovani vittime.

Roma, 11/3/2015 – La I sezione penale della Cassazione, presieduta da Renato Cortese, ha accolto il ricorso di Ilir Beti, difeso dal professor Franco Coppi, contro la condanna a 21 anni inflittagli dalla corte d’assise d’appello di Torino il 20 giugno 2013. Secondo i giudici di primo e secondo grado, il comportamento di Beti era stato doloso, perché andando contromano era inevitabile mettere a rischio l’incolumità altrui. I supremi giudici hanno invece seguito l’indicazione del sostituto procuratore generale Gabriele Mazzotta, che aveva chiesto l’annullamento con rinvio della condanna, secondo il quale “il guidatore voleva procedere contromano per dare prova a sé stesso della sua destrezza e non aveva considerato che gli altri guidatori, che procedevano ‘correttamente’ nella loro marcia avrebbero potuto perdere il controllo dei loro veicoli”. Coppi aveva sostenuto che “occorre fare molta attenzione quando si fanno le ricostruzioni dei passaggi mentali di un soggetto ubriaco, perché risulta difficile attribuire il dolo, e quindi la volontarietà, a chi si trova in simili condizioni”. Secondo Coppi quella del suo assistito è stata una “condotta imperita e negligente che sottrae l’imputato all’area del dolo e lo consegna all’area della ‘colpa’”. Sotto la Cassazione hanno manifestato con un sit-in i familiari delle giovani vittime francesi.